Rando Cannolo

Ok è tutto pronto, le borse assicurate alla bici, i vestiti già sul divano, domattina devo solo preparare la bomba (metredina, simpamina, aspirina, franceschina, cocaina e peperoncino di Cayenne sono ingredienti che vanno miscelati al momento) e si parte.
Puntare la sveglia è un esercizio di stile, alle quattro ho già gli occhi sbarrati tipo Totò Schillaci, disattivo l’inutile allarme e metto su il caffè. Quando esco di casa soltanto i più mattinieri o sfortunati stanno cominciando a stiracchiarsi, i più godranno ancora qualche ora di sonno. Vidimare i biglietti e aggredire i cani da stazione (preferisco giocare d’anticipo) sono le ultime cose da fare prima di prender posto nella poltrona del regionale per Messina.

L’appuntamento con Giovanni è alle sette alla stazione di Cefalù, appena uscito lo vedo a due giri di pedivelle, preciso come un orologio svizzero, baci e abbracci li avevamo scambiati una settimana prima e allora subito bar, cornetti, caffè e via. Il percorso prevede una ventina di chilometri di statale fino a raggiungere la foce del fiume Himera, da li risalire il corso del fiume fino a Scillato, continuare l’ascesa fino a Caltavuturo puntare su Caltanissetta e poi Naro, 145 km e 3072 m di dislivello positivo perlopiù su strade sterrate, scassate, dissestate, bastarde; programma forse ambizioso ma gestibile.

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Il caldo si fa sentire e le fredde acque dell’Himera invitano alla prima sosta per un bagno tonificante; impolverati ma freschi e felici ripartiamo, poco prima di Caltavuturo però una seconda sosta, molto meno piacevole, ci sottrae tempo prezioso: la frana che ha interessato l’autostrada Palermo-Catania ci mostra le proprie origini, la realtà della situazione è terribile, non c’è verso di attraversare la strada mancante neanche a piedi,  figuriamoci bici in spalla; breve summit e decidiamo di aggirarla infilandoci nella montagna. Il declivio scosceso e la mancanza di un seppur minimo sentierino rendono eroica la traversata e le ferite riportate tra rovi, rami, fili spinati e sterpaglie sono medaglie che dopo un mese posso ancora esibire con orgoglio. Riconquistata a gran fatica la strada si riprende a pedalare verso Caltavuturo, l’interno della Sicilia in questo periodo presenta un paesaggio arido e riarso, senza sfumature, e quei paesi arroccati sui cocuzzoli appaiono irragiungibili, come se la mano di Dio li spostasse continuamente, guardo in su e qualcosa di inconsistente sembra sottrarli al presente per riconsegnarli al passato.

Lasciamo perdere i sofismi che c’è da recuperare il tempo perduto, Caltavuturo è raggiunta, bisogna nutrire anima e corpo e riprendere la strada. Così sia detto così sia fatto.

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Purtroppo dopo pochi chilometri la terza sosta, la peggiore, la più temuta, forse la definitiva: Giovanni spacca il supporto del cambio, la catena e un raggio. Tra sole, mosche e bestemmie viene riparato il riparabile, ma il raggio non c’è e sappiamo che in questi giorni e in queste terre non lo troveremo. La ruota ha un 8 e la gobba, il lavoro va fatto con più cura ma in altre condizioni, servono freschezza, lucidità, pazienza e magari non sotto il sole cocente; è necessario un secondo summit per decretare la decisione: una stanza in un B&B e domattina di buon’ora tentare di riportare la ruota in condizioni accettabili, è chiaro che dobbiamo abbandonare queste strade e anche il giro pianificato va ripensato in virtù delle neonate esigenze.

Mazzarino, San Cataldo, Caltanissetta, Delia, Racalmuto, Naro, Casteltermini, Mussomeli, Campobello di Licata, Palma di Montechiaro, Favara, Aragona, Raffadali, Cianciana, il nostro appuntamento è soltanto rimandato, tornerò in questi luoghi per ricordare zolfo, zolfare, fatica e miseria ma anche Pirandello, Sciascia, Camilleri, Di Giovanni, Rosso di San Secondo. Sigh.

Disgraziatamente oggi a Caltavuturo si festeggia il santo patrono, sembra di stare a Los Angeles, il palco per la musica è già montato, guarda caso proprio sotto la nostra finestra, e una band indemoniata sembra voler suonare tutte le cover del mondo fino alla fine del mondo. Ma a tutto c’è un limite e alle due di notte i ragazzi cominciano a riporre gli strumenti nelle loro custodie. Per fortuna in questi paesi quando c’è da onorare i santi nessuno si tira indietro così alle otto del mattino con un gran rullare di tamburi la banda musicale al gran completo sfila sotto la solita finestra riportandoci alla realtà: tirare i raggi per benino e ripartire.

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Forse per l’economia del racconto val la pena ricordare che il secondo giorno prevedeva Naro-Marinella di Selinunte, 137 km e 1785 m di dislivello lungo la costa agrigentina e il terzo ed ultimo giorno Marinella di Selinunte-Palermo, 125 km e 3085 m di dislivello attraverso la valle del Belice.
Se per stasera riusciamo ad essere a Marinella il piano può essere ripreso, diverso nella prima metà ma identico nella seconda, sono 181 km, programma come al solito ambizioso  che subisce il colpo di grazia quando già pronti e con la ruota quasi perfetta guardiamo l’orologio: meno di un’ora a mezzogiorno. Ma dove vogliamo andare?
Comunque, costa era prevista e verso la costa facciamo rotta, solito paesaggio dell’interno, giallo, giallo, giallo, ogni tanto un po’ di verde e un po’ di marrone, fin quando al celeste del cielo si aggiunge il blu del mare e il mito di una Sicilia solare e policroma si manifesta in tutto il proprio splendore, ora sì, siamo dentro il luogo comune, le coste, il mare, il sale, l’arancione abbagliante del sole e dei frutti ci fanno capire che qui solo l’acqua può portare ristoro; né ombra né alberi che il calore pervade ogni cosa.
Anche la gente appare diversa, più vispa, più sveglia, abituata da secoli di scambi continui, di genti, di merci, di saperi cui il mare fa da veicolo e risorsa.
Ci fermiamo a Porto Empedocle per una cena a base di pesce nel locale della bella figlia del pescatore, la bomba è ormai finita ma il vino è degno sostituto, ci dà forza, coraggio e le ali sulle gambe per pedalare non dico fino a Marinella ma il più lontano possibile. Quando vediamo la deviazione per la riserva naturale di Torre Salsa il Garmin segna 125 km, per oggi possono bastare, troviamoci un giaciglio per la notte che domani è un altro giorno.

Non c’è la festa di paese, non c’è la banda, a dirla tutta non c’è nulla, buio e silenzio interrotto soltanto dallo sciabordio delle onde sulla battigia. Sgancia le borse dalle bici, tira fuori e stendi i sacchi a pelo son già (di nuovo? ancora? sempre?) le due e alle cinque so già che la prima luce mi sveglierà.

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Quando apro gli occhi guardo l’orologio, le cinque spaccate, poi mi guardo intorno ed è molto meglio che guardare l’orologio, vorrei fermare il tempo, non per sempre, mi basterebbe una sospensione di un paio d’ore, nessuno me la concede e allora irrompe di nuovo la realtà, due banane nere e un litrozzo d’acqua calda è troppo poco per due ragazzoni pronti a molto ma non a tutto. Terminate le abluzioni del mattino ci prepariamo a rientrare nella civiltà e il pensiero va subito alla lunghissima discesa che abbiamo affrontato ieri e che oggi sarà salita per di più col sole già alto e forte; ogni tanto però una botta di culo tocca anche a noi e oggi ha la faccia di un parcheggiatore che ci indica un’altra strada per uscire, forse più lunga ma tutta in pianura. Dio ti benedica, fratello.

Palermo è a circa 140 km e Sciacca (primo paese dove poter fare rifornimenti) più o meno a 40, abbiamo bisogno di cibo e acqua e le tre ore passate sul sacco a pelo in spiaggia si fanno sentire, o meglio ossa e muscoli fanno sentire le loro urla di dolore così decidiamo di passare da Eraclea Minoa che è vicinissima; ma la strada fa un giro incredibile costellata dai soliti saliscendi, ormai ci siamo abituati, è stata la nota costante di tutto il giro, salire e scendere, sempre.

Arriviamo a Bovo Marina, magnifica spiaggia nei pressi di Eraclea, e forse magnifica non esprime ciò che ci troviamo davanti, nessuna parola, scritta o detta, è capace di descrivere il colore della sabbia e del mare; e poi il deserto, soltanto quattro ombrelloni e un avventore al ristorante a prender respiro dal sole e dalla moglie. Già, il ristorante; avete mai fatto colazione con un piatto di spaghetti coi ricci? Oh, sia chiaro, qualche cornetto potrebbe bastare, poi se non hanno nulla mica è colpa nostra. Che Dio tenga in conto anche questo cuoco, lo merita quanto il parcheggiatore. Una delle migliori colazioni della mia vita.

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Il tempo avanza – mai che aspetti, lui – nessuno ha voglia di abbandonare questo paradiso, ma da Palermo l’ultimo treno per Cefalù è alle 20,30 quindi un piano per il rientro in orario utile va studiato. Il terzo summit sancisce partenza con molta calma verso Agrigento (35 km), treno Agrigento-Palermo delle 17.30 e arrivo nel capoluogo siciliano alle 19.30. A Palermo c’è tempo per gli ultimi saluti, sentiamoci, scriviamoci, a quando il secondo? Poi ognuno tornerà ai propri giri, nei propri luoghi fino al prossimo incontro. Dove? Chissà?

Non è andata come l’avevamo pensata ma è stata ugualmente una ricchissima esperienza, un senso di libertà che forse solo l’andare a piedi può superare, il mio primo giro in bici con sacco a pelo al seguito, e poi si sa, è la strada che fa il viandante, se vi dicono il contrario non credeteci, come dire che sulla carta tutti i piani sono buoni, potremmo continuare più o meno all’infinito non cambierebbe il concetto di fondo: finché non andrai non saprai.

parole: @ottotubi
foto: @granciclismo

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